Sindrome di Andersen-Tawil

Definizione

La “Sindrome di Anderson-Tawil” è un disordine genetico che causa episodi di debolezza muscolare (paralisi periodica), alterazioni del ritmo cardiaco e anomalie dello sviluppo. I principali sintomi sono l’aritmia ventricolare e la sindrome da QT lungo. Ciò può causare sincopi o arresto cardiaco. Le alterazioni fisiche associate a questa sindrome sono a carico della testa, viso ed arti. Esse includono la micrognazia, anomalie dentarie, attaccatura bassa delle orecchie, ipertelorismo e clinodattilia. Molti dei soggetti affetti da questa sindrome sono di bassa statura e presentano scoliosi.

Si distinguono due tipi di sindrome di Anderson-Tawil: il tipo 1 che rappresenta il 60% circa dei casi e che è determinata dalla mutazione del gene KCNJ2 ed il tipo 2 nel restante 40% dei casi in cui la mutazione è ancora ignota. E’ una sindrome rara la cui incidenza è sconosciuta; circa 100 soggetti sono stati individuati nel mondo. Il gene responsabile della patologia è quello che regola l’ingresso del potassio nelle cellule ed ha come sigla: KCNJ2.

Sintomi e Diagnosi

Si deve sospettare la sindrome di Anderson-Tawil quando sono presenti:

due di queste tre caratteristiche associate:

  • paralisi periodiche;

  • onde u larghe, QT allungato ( > 460 nelle donne e > 440 negli uomini );

  • caratteristiche fisiche (attaccatura bassa delle orecchie, ipertelorismo, micrognazia, clinodattilia del V dito della mano e sindattilia).

 o una delle caratteristiche precedenti in un soggetto che abbia un membro della famiglia con due delle predette caratteristiche. La presenza della mutazione del gene KCNJ2 conferma la diagnosi.

Le paralisi periodiche possono essere stimolate dal prolungato riposo o dal riposo dopo esercizio fisico.

L'aritmia ventricolare, la tachicardia ventricolare polimorfa e i battiti ectopici ventricolari possono essere asintomatici o manifestarsi con palpitazioni, sincope, arresto cardiaco o morte improvvisa. L'allungamento del QTc è il trigger responsabile delle aritmie ventricolari più pericolose.

Le paralisi periodiche possono essere associate ad ipokaliemia o ad iperkaliemia.

Nel sospetto di questa sindrome va fatta una 

  • valutazione neurologica e cardiologica;

  • valutazione della potassiemia a riposo e durante gli attacchi di debolezza;

  • ECG a 12 derivazioni ed esame Holter 24 ore;

  • Studi elettrofisiologici;

  • esame genetico.

Trattamento

Se la paralisi è associata ad ipokaliemia (< 3mmol/L) si somministra potassio per os (20-30 mEq/L) ogni 15-30 min fino alla normalizzazione della potassiemia. Il monitoraggio della potassiemia ed un ECG sono utili per prevenire un eventuale iperkaliemia. L'attacco di debolezza quando invece il potassio è alto (> 5 mmol/L) si risolve in genere in 60 minuti circa. Il calcio gluconato è in genere raramente necessario.

La prevenzione degli attacchi si può esercitare con:

  • stile di vita e dieta per evitare i trigger noti;

  • acetazolamide 250-500 mg o diclorofenamide 50-100 mg una o due volte al dì;

  • somministrazione di potassio a lento rilascio dei soggetti con tendenza alla ipokaliemia (il K accorcia anche l'intervallo QT riducendo il rischio di aritmie).

Come per gli altri soggetti con paralisi periodiche si devono esercitare le precauzioni anestesiologiche per evitare l'ipertermia maligna. 

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Questa pagina è stata aggiornata il 01/11/08.